Quando rimani indifferente alla Morte. Ma poi.

Tutti speravamo morisse presto. Il condominio, silenziosamente, si augurava che lui smettesse di sovrastare la tranquillità del mattino con le sue urla, col suo “Agnè, Agnè, Agnè” ripetuto all’infinito. Tutti, in cuor nostro, sapevamo che era molto, molto cattivo. Che prima o poi avrebbe lasciato il suo posto in questo mondo ad un altro essere umano molto più degno e nel nostro piccolo avremmo avuto la sensazione che ogni cosa stava andando nel verso giusto. Lui rappresentava tutto ciò che di male la società può fare e ricevere, era grasso, scontroso, maltrattava sua moglie da quando io ho imparato a riconoscere delle grida di paura, una volta ha provato anche a strozzarla si vocifera nel palazzo; lui ti inveiva contro protetto dalla sua ringhiera di ferro, lassù al secondo piano, solo perché avevi avuto l’idea di mettere la macchina un attimo nel cortile del condominio.

Forse sono cattiva anche io che scrivo queste cattiverie di una persona morta. Che non può difendersi, non può mica venire a dirmi qualcosa, ora. Non l’ho nemmeno mai salutato, mentre della moglie, poverina, ho ricordi sfocati di regali strani, antichi quasi sgraditi. Quelle caramelle rosse, durissime e che trovi ormai solo nei vecchi bar: le rossana. Mi chiamava Nì, lei. Chissà come sara strana per lei la vita da oggi in poi.

Vivere a piano terra ha i suoi vantaggi, le notizie arrivano presto. Oggi ci hanno detto che lui ci “ha lasciato” alle 05:00 di questa mattina e ho visto lei entrare nel mio campo visivo e dire in lacrime “se n’è andato” e secondo me voleva aggiungere “finalmente” ma ovviamente non serviva dirlo. La triste notizia non ha mosso nulla dentro al mio cuore, e non è che io sia una persona insensibile. Allo zoo di Berlino ho pianto disperatamente vedendo il leone nella sua gabbia andare avanti e indietro mentre i bambini gridavano di gioia. Quindi so provare compassione e dolore. Ma lui no, non se l’è meritato.

Dentro di noi dobbiamo essere onesti fino in fondo e non possiamo fingere di provare qualcosa che non esiste. Non perdiamo tempo a scavare per cercare sensazioni innaturali. E fare i conti con il lato più cinico e oscuro di noi stessi. Che forse lui aveva il coraggio di mostrare.

Il primo morso a un cannolo.

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Oltre ad avere una grande passione per la musica, l’arte e le lacrime altrui posso affermare con una certa sicurezza di essere una di quelle persone che “ci tiene all’alimentazione”. Non è che io ci tenga nel senso che mi preoccupo di quante calorie ha il broccolo per grammo piuttosto che la carota o la zucchina. Il mio tenerci si traduce in una continua, incessante, profondissima osservazioneriflessione su come il cibo e le pratiche ad esso connesse regolino ogni singolo aspetto della nostra vita relazionale. E questo nonostante io mi sia imposta delle limitazioni scegliendo uno stile alimentare vegetariano.

Episodio: Ieri sera ho rischiato di cenare da sola e sono scoppiata in un pianto isterico mentre, in tv, un pazzo bastardo massacrava due coppie di belloni in qualche parte sperduta del Texas. Io NON mangio da sola.

E odio guardare chi mangia solo.

Per capire la ragione di così tanta sofferenza cerco una risposta, trovandola, nella storia dell’uomo. Il cibo, da sempre, è sinonimo di convivialità e per questo la sua esaltazione è l’esaltazione delle relazioni

Esistono ormai miliardi di applicazioni (Cookaround, Foodspotting, Geniusfood e tante altre), programmi (vedi Masterchef, Bakeoff, Food Fighters) e blog che parlano di cucina da molteplici punti di vista, e quasi tutti davvero interessanti. E non dimentichiamo il nuovo supereroe Gordon Ramsey che nonostante sia solo uno chef nell’ordine: salva matrimoni, ristoranti, alberghi, cuochi allo sbaraglio. E ha sempre i capelli perfetti.

Grazie a internet ed ai social la diffusione della conoscenza delle pratiche alimentari si è ramificata fino a toccare anche quei tipi di cucina non propriamente convenzionali, quasi disgustosi, spesso incomprensibili. Quelli che forse, a causa dell’aumento atteso della popolazione, ci toccherà includere nel menù (vedi: insetti).

Il cibo è davvero social. Ed è per questo che mi piace pensarci. Non mi fa sentire sola poiché prevede la condivisione, la mediazione, la preparazione, la collaborazione, l’empatia, la sintonia tra più persone.

Ho scritto questo post solo per giustificare il secondo morso al cannolo con la crema.

Napster VS Spotify, arbitra la Apple Inc.

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Ho fatto uno strano sogno.

Apro gli occhi e mi trovo in un tempo in cui mi non so se domani ascolterò la musica che sto scaricando oggi. Sono piccola, in fase preadolescenziale e il personal computer è un privilegio. Ci si riunisce di fronte a monitor dalle dimensioni di un forno a legna e uno e soltanto uno può scaricare musica (legalmente eh, si si) per tutti i compagni di classe se non di scuola. Io però non sono così tecnologica da potermi assumere una responsabilità tale, ma ci do giù di brutto con Napster. Continua a leggere

Il motto, prima.

Non è hip hip urrà, nemmeno è rock’n’roll ma neanche lasciate ogni speranza o voi che entrate. Il mio motto nasce così, di botto (rima!) perché se impressive significa emozionante è proprio nella stampa, appunto press, che si esprime al meglio l’emozione. Le parole si susseguono e creano nuove forme, nuove strutture, nuove interpretazioni e narrazioni. Questo blog vuole essere la linea su cui si sovrappongono identità personale e società in evoluzione. Parla di me e della realtà intorno a me che cambia e si sviluppa intorno alle scoperte scientifiche, alla digitalizzazione ed all’evoluzione della comunicazione. Questo blog è il ponte che trasporta i miei pensieri fuori, nel mondo reale e che passa attraverso la narrazione di ciò che vivo e apprendo ogni giorno.